Oltre l'uomo

Intelligenza artificiale, nuove tecnologie, attualità e riflessioni filosofiche.

Qualche tempo fa, ascoltando il telegiornale, mi è capitato di sentire un servizio che faceva riferimento al termine “umanità” non nella sua accezione di “il genere umano nel suo complesso”, ma col significato di “la natura umana, le sue caratteristiche distintive”. La cosa mi ha lasciato un po’ interdetto: linguisticamente la scelta è corretta, come dimostra una breve consultazione del dizionario Treccani, ma l’idea alla sua base mi sembra piuttosto discutibile. Il concetto di “umanità” si fonda infatti sul presupposto che esistano una o più proprietà del tutto uniche all’uomo, che lo definiscono e separano dall’animale, ipotesi che io trovo essere francamente assurda.

Una tale caratteristica dovrebbe infatti soddisfare due requisiti: essere esclusiva all’essere umano, ed essere riconoscibile ed individuabile. Da un lato, il definire esplicitamente una proprietà come “ciò che distingue l’uomo dall’animale” ci impone l’obbligo di dimostrare che essa sia effettivamente assente in ogni creatura tranne l’essere umano; dall’altro, è anche necessario che essa faccia riferimento a qualcosa di osservabile: con tutto il rispetto per Cartesio, dire che la differenza sta nella presenza dell’anima non significa molto se l’anima non può essere percepita. Il problema è che io non credo che esista una caratteristica capace di soddisfare entrambi questi requisiti, per i motivi che adesso andrò ad esplorare.

Cerco l’uomo

Iniziamo quindi chiedendoci: cosa rende unico l’uomo? Cosa ci distingue da ogni altro animale al mondo? Ci sono diverse risposte possibili, alcune più credibili, altre meno, ma penso che la maggior parte delle persone proporrebbe una di queste tre opzioni: l’intelligenza, il linguaggio, e la tecnologia. L’uomo è l’essere più intelligente sul pianeta, al punto da indurci a valorizzare quelle specie che si avvicinano al nostro intelletto; l’uomo parla, è capace di comunicare informazioni e concetti anche di natura astratta o molto complessi utilizzando il linguaggio, un sistema che collega suoni, simboli e significati in un unico insieme governato da regole fisse e precise e capace di essere insegnato ad altri; e, infine, l’uomo crea ed utilizza strumenti volti ad ampliare le nostre capacità e a renderci in grado di manipolare il mondo che ci circonda, raggiungendo vette che sarebbero impossibili per qualsiasi altra specie esistente. L’intelligenza ci ha reso in grado di interpretare e comprendere il mondo, il linguaggio di trasmetterci a vicenda ciò che avevamo appreso, e la tecnologia ci ha permesso di trasformare tale conoscenza in strumenti per controllare il mondo. Eppure, nessuna di queste tre può essere davvero definita come una caratteristica unica dell’essere umano:

  • Innanzitutto, premettiamo che quello di misurare l’intelligenza degli animali non è esattamente un compito facile: i test più completi ed efficaci sono infatti tarati per gli esseri umani, e non si traducono bene per altre specie. Detto questo, è utile notare che molti studi hanno rivelato come delfini, scimmie, uccelli, cefalopodi e altri ancora siano in grado di risolvere puzzle, riconoscere pattern, usare strumenti e, più in generali, di dimostrare comportamenti “intelligenti”. A tal riguardo penso che sia interessante notare come l’intelligenza degli animali sia spesso comparata a quella dei bambini, in base ai loro risultati in vari esperimenti ideati per valutare lo sviluppo dell’intelletto umano: l’implicazione è che la differenza tra umani e animali non è nella presenza o assenza dell’intelligenza, ma piuttosto nella qualità o livello di quest’ultima. Ciò, ovviamente, va a negare il valore dell’intelligenza come carattere distintivo dell’uomo, ridefinendola invece come un’altra proprietà comune a tutti gli animali, e semplicemente presente in modo diverso tra le varie specie;
  • Solo l’essere umano sa parlare: questa è “common knowledge”, un fatto scontato e che tutti sappiamo. L’idea che qualcosa che non sia una persona sia in grado di parlare ci sembra assurda: è proprio per questo motivo che rimaniamo sopresi e divertiti quando un animale fa un suono simile ad una parola, e per cui voci provenienti da qualcosa che chiaramente non è un uomo sono così comuni (e inquietanti) nel genere horror. Semplicemente, ciò non accade – eccetto per il fatto che diversi animali, pappagalli in primis, sono capaci di imitare le nostre parole, e le scimmie possono addirittura imparare il linguaggio dei segni. L’imitazione non è comprensione, certo, e anche il più intelligente dei pappagalli non è veramente capace di “parlare”, limitandosi a produrre singole parole piuttosto che frasi di senso compiuto. Detto questo, numerosi studi, casi famosi, e anche la semplice esperienza di tutti i giorni ci dimostrano che gli animali sono perfettamente in grado di associare specifiche parole a certi oggetti e azioni, in maniera non troppo dissimile da un bambino piccolo che sta imparando a parlare, o a qualcuno alle prime armi con una lingua straniera. Anche nel linguaggio ci troviamo quindi davanti a quella che sembra essere una differenza qualitativa: un animale può imparare a riconoscere ed usare nel modo e contesto corretto una varietà di parole, senza tuttavia essere in grado di formulare frasi complete. In ogni caso, vale comunque la pena di notare che gli animali non sono del tutto privi di un proprio linguaggio: i cani, ad esempio, sono certamente capaci di comunicare tra di loro e con noi tramite una combinazione di suoni, movimenti, postura ed espressioni, mentre le api hanno sviluppato un sistema di “danze” che servono ad indicare alle loro simili la direzione e la distanza da una fonte di cibo. Si tratta di linguaggi che molto probabilmente non possono raggiungere lo stesso livello di complessità del nostro, ma comunque di linguaggi;
  • Tra tutte le capacità che potrebbero essere uniche dell’uomo, quella di creare ed utilizzare strumenti è certamente la prima e più importante tra quelle che vengono a mente: in fondo, l’essere umano è definito dal suo utilizzo della tecnologia, che ci ha permesso di diventare la specie più diffusa e potente al mondo. Chi, invece, ha mai visto un topo usare un computer o un ghepardo costruire un razzo spaziale? Eppure, ancora una volta, le cose non stanno esattamente così: certamente la tecnologia più avanzata è al di fuori della portata di qualsiasi animale, ma diverse specie sono in grado di creare o usare strumenti. Uno studio, ad esempio, ha mostrato come i maiali possano imparare a “giocare” a dei semplici videogiochi, usando un joystick e uno schermo, e ci sono molti altri casi che dimostrano come gli animali possano manipolare ed utilizzare oggetti di origine umana per raggiungere vari obiettivi. Anche al di là di tutto ciò, ci sono comunque casi come quelli di polpi, scimmie e corvi, tutti capaci di trasformare bastoni, pietre o altro ancora in strumenti per raggiungere od ottenere il cibo, in maniera non troppo dissimile da quella in cui i nostri antenati usavano gli stessi oggetti. Per concludere non posso poi non menzionare ragni e castori: i primi sono in grado di creare strutture sorprendentemente complesse con le loro tele, mentre i secondi sono famosi per le loro dighe, dimostrando così che anche gli animali sono capaci di manipolare e trasformare l’ambiente circostante. In sostanza, anche parlando di tecnologia non troviamo in realtà qualcosa di unico e distintivo: l’uomo raggiunge livelli di gran lunga superiori, ma molte altre specie possono imparare a realizzare ed utilizzare strumenti.

Penso che argomenti simili possano essere trovati per ogni altra proprietà “distintiva” dell’essere umano: in fondo non siamo altro che animali, perché dovremmo possedere qualcosa di assolutamente unico e assente in ogni altra creatura? È molto più probabile che l’uomo si limiti a possedere delle capacità più avanzate in uno specifico ambito (l’intelligenza), proprio come altre specie sono più veloci di noi, hanno un fiuto migliore, o si sono specializzate per vivere meglio in certi ambienti.

Un etto di umanità, per favore

Ammettiamo pure che esista davvero un misterioso fattore che definisce l’essere umano, presente in tutti gli uomini e assente in ogni altra creatura: come possiamo dimostrarlo? Ovviamente, e come ho già accennato, esso non può essere qualcosa di astratto e impercettibile: una caratteristica che non può essere osservata o misurata, la cui presenza deve essere accettata come atto di fede, non può servire a giustificare un argomento. Un’affermazione come quella che gli animali non possiedano un’anima è un’assurdità, in quanto non esiste nessun modo per dimostrarne la verità o la falsità: in effetti, non solo non possiamo stabilire né la presenza né l’assenza dell’anima, ma non siamo nemmeno in grado di fornire prove della sua esistenza! Di conseguenza, “l’umanità” deve essere qualcosa che può essere studiato, valutato e misurato, o l’intero argomento rischia di risultare privo di senso.

Un’interpretazione di questo tipo ha però delle conseguenze piuttosto interessanti – e preoccupanti. Una proprietà osservabile e misurabile può infatti anche essere utilizzata per comparare e creare una gerarchia, cosa piuttosto pericolosa quando la proprietà in questione è definita come “ciò che ci rende umani”. Immaginiamo che il fantomatico fattore che stiamo cercando sia il numero di neuroni del cervello: vuol dire che una persona con più o meno neuroni è più o meno umana? Una proposizione tanto assurda quanto pericolosa. Esiste dunque uno specifico punto in cui si passa il confine tra animale e uomo? Sarebbe una soluzione degna dei migliori racconti distopici: la qualifica di essere umano attribuita in base ad un valore stabilito in modo arbitrario. E se poi trovassimo un animale che raggiunge il numero minimo di neuroni richiesto per essere considerato un uomo? Diciamo invece che “l’umanità” sia qualcos’altro, magari un comportamento o una capacità: cosa significherebbe per anziani e bambini, che potrebbero averlo perso o non ancora acquisito? Il bambino diventa forse umano solo una volta raggiunto un certo grado di sviluppo, ad esempio quando impara a produrre frasi complete? In fondo abbiamo detto che le capacità degli animali sono spesso comparate con quelle dei bambini piccoli. Non parliamo poi dei nostri antenati: come deve essere stato imbarazzante per il primo essere umano rendersi conto che i suoi genitori, incapaci di superare il confine tra uomo e animale, erano soltanto scimmie.

Potrei continuare, ma non penso che sia necessario. A questo punto dovrebbe infatti essere evidente come la ricerca di questa fantomatica “umanità” non possa portare ad altro che ad una serie di risposte assurde.

L’animale politico

Aristotele definisce l’uomo come uno “zoòn politikòn”, un animale politico. Nel suo discorso il termine serve ad illustrare come gli esseri umani tendano naturalmente a radunarsi in società, ma io qui vorrei farne un uso un po’ diverso: trovo infatti che esso evidenzi molto bene la curiosa dualità della natura umana. Da un lato, l’uomo è infatti un animale come tutti gli altri da un punto di vista genetico, biologico ed evolutivo; dall’altro, l’uomo è anche una creatura “politica”, termine che rappresenta piuttosto bene l’unicità della nostra specie: gli animali sociali sono molti, ma solo l’uomo è capace di creare le complesse strutture (leggi, economia, cultura ecc.) che vanno a sorreggere la nostra società. Sembra una contraddizione: come può l’uomo essere un animale, se è chiaramente così diverso dagli altri animali? E al tempo stesso, come può una creatura unica se non possiede una qualche caratteristica unica e distintiva? Il problema, io penso, è che ci concentriamo troppo sull’idea che debba esserci un singolo fattore capace di imporre una distinzione tra umano e animale: in realtà, quello che ci rende unici è l’insieme di numerosi elementi che solamente in noi si esprimono contemporaneamente e in modo così forte. Quali siano di preciso queste proprietà è difficile da definire, ma potremmo menzionare, solo per fare alcuni esempi, il pollice opponibile, il particolare sviluppo della corteccia prefrontale, l’elevato numero di neuroni e sinapsi nel cervello, la tendenza alla vita sociale, la capacità di creare ed utilizzare strumenti e l’uso del linguaggio. Nessuno di essi è del tutto unico alla specie umana, ma solo in noi sono compresenti allo stesso tempo. In sostanza, ciò vuol dire che “l’umanità” è una proprietà emergente, resa possibile dalla combinazione e dall’interazione di più e più fattori che si supportano, generano e potenziano a vicenda. Immaginiamo di privare una persona di una qualsiasi delle capacità che ho menzionato: anche se non avesse il pollice opponibile o non fosse capace di parlare, tale persona sarebbe comunque un essere umano; al contrario, una creatura che possiede poche o nessuna di queste qualità è chiaramente qualcosa di molto diverso dall’uomo.

Revisionare in questo modo il concetto di “umanità” ci fornisce quindi una soluzione piuttosto efficace ai problemi che ho precedentemente evidenziato: da un lato, l’unicità dell’uomo viene preservata, in quanto unica creatura dotata di questa specifica combinazione di caratteristiche; dall’altro, ridurre “l’umanità” ad una proprietà emergente ci permette di evitare le difficoltà e assurdità generate dal tentare di individuare un singolo “fattore uomo”, e offre allo stesso tempo una spiegazione molto più compatibile con la teoria dell’evoluzione del perché la nostra specie sia così particolare.

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