Oltre l'uomo

Intelligenza artificiale, nuove tecnologie, attualità e riflessioni filosofiche.

Sindacato ed intelligenza artificiale”: questo è il titolo scelto dall’ex sindacalista Savino Pezzotta per un suo recente articolo che, come si può evincere, tratta del rapporto tra l’IA, i sindacati, e il mondo del lavoro. Un argomento interessante, anche se ben poco discusso al di fuori degli specialisti del settore – cosa forse non del tutto sorprendente, considerato lo scarso interesse del pubblico per la contrattazione collettiva, ma comunque notevole.

Digressioni a parte, l’articolo di Pezzotta risulta però notevole anche per un altro motivo, ossia la scelta di un punto di vista “alternativo” rispetto a quello assunto dalla maggior parte dei testi sul tema. A differenza di questi ultimi, l’autore ha infatti deciso di non concentrarsi su come “integrare” e “regolamentare” l’IA, ma di offrire invece una critica pungente (più negli argomenti che nel tono a dirla tutta) dell’approccio adottato dai sindacati.

Il “nodo centrale” del suo argomento consiste in una semplice ma importante osservazione: che “il discorso sindacale continua a presupporre un soggetto collettivo relativamente stabile”; in altre parole, l’attività dei sindacati si fonda sul presupposto che la natura del lavoro e dei lavoratori non sia cambiata in modo considerevole dal Novecento ad oggi. Questo, fa notare Pezzotta, è un grave errore: lo sviluppo tecnologico, la digitalizzazione, e soprattutto l’intelligenza artificiale rappresentano infatti una vera e propria trasformazione del mondo del lavoro sotto diversi punti di vista, una trasformazione che l’attività sindacale fatica a cogliere.

A supporto di tale interpretazione, l’ex sindacalista propone quindi una serie di tre “fragilità” o “ambiguità”, che evidenziano piuttosto bene questa mancanza di comprensione. Vediamo quindi di esaminarle brevemente:

  1. La prima è l’errata percezione di IA e lavoro come se fossero due concetti del tutto separati e in aperta opposizione; in realtà, argomenta Pezzotta, essi appartengono alla stessa sfera: l’intelligenza artificiale non è altro che lavoro umano trasformato in dati, algoritmi e modelli. Il punto di vista “tradizionale” tende infatti ad assumere dei toni quasi luddisti – la tecnologia come un invasore, una minaccia che deve essere regolata e controllata per proteggere i lavoratori; tuttavia, la digitalizzazione e l’IA vanno a “dissolvere questa distinzione”, trasformando la tecnologia in qualcosa che si integra con e va a modificare il lavoro, anziché sostituirlo – non il telaio meccanico della rivoluzione industriale, ma l’assistente che accompagna e supporta il dipendente dell’industria 4.0 nelle sue attività. Insomma, interpretare l’algoritmo come qualcosa di “esterno” significa non capirne veramente effetti e potenzialità, ed essere quindi impreparati a gestirli in modo efficace;
  2. La seconda è l’idea di “poter governare la transizione”, ossia l’aspettativa che gli strumenti della contrattazione tradizionale siano in grado di adattarsi ad una realtà del tutto nuova senza (particolari) complicazioni; anche qui, l’autore è piuttosto critico, evidenziando come tali strumenti si fondino su di un contesto industriale “stabile”, come quello che è esistito per gran parte del Novecento: in particolare, una certa enfasi è posta sulla presenza del lavoro dipendente, di imprese identificabili e di cicli produttivi prevedibili. Al contrario, l’economia moderna sta vedendo lo sviluppo di una situazione piuttosto differente, in cui cresce il lavoro frammentato e instabile, in cui il mercato si sposta sempre di più in senso globale, in cui le decisioni sono spesso prese da sistemi automatici il cui funzionamento risulta del tutto ignoto ai dipendenti. Problemi nuovi quindi, che i vecchi metodi potrebbero trovare difficile affrontare;
  3. Terzo, ma assolutamente non ultimo, è il modo in cui si parla dell’impatto dell’IA sul mercato del lavoro. Pezzotta evidenzia infatti una tendenza piuttosto diffusa, che consiste nel riconoscere la presenza di effetti concreti, per poi ridurli ad una semplice questione di crescita o diminuzione dell’occupazione. Come ci viene però fatto notare, “la trasformazione in corso non riguarda solo il numero dei posti di lavoro”: a cambiare è la natura del lavoro stesso, che si sviluppa in modi nuovi e inaspettati, capaci di costringerci a ridefinire alcune delle sue caratteristiche fondamentali.

In conclusione, quella di Pezzotta è un’analisi tanto interessante quanto efficace, capace di cogliere le criticità dell’approccio sindacale al tema dell’intelligenza artificiale e di evidenziare la necessità di cambiare e adattarsi ad un contesto inedito e ancora in mutamento; detto questo, dal punto di vista di qualcuno che si occupa di IA e non di sindacato, ciò che mi ha più colpito della sua argomentazione è il ruolo chiave svolto dalla mancanza di comprensione.

Bene o male, l’intera discussione si centra infatti su tale argomento: tutte e tre le criticità individuate da Pezzotta ruotano attorno al semplice fatto che la leadership sindacale non comprende veramente cosa sia l’intelligenza artificiale o quali effetti possa avere sul mondo del lavoro. Di per sé, questo sarebbe già un fatto abbastanza preoccupante, soprattutto se consideriamo l’importanza del sindacato nel garantire un’integrazione sicura ed efficace tra questa nuova tecnologia e i diritti dei lavoratori; tuttavia, basta assumere un punto di vista più ampio per rendersi conto che quello della mancanza di comprensione non è un problema isolato.

In sostanza, potremmo riassumere la questione dicendo che “di IA si parla tanto, ma si capisce poco”. Il caso del dibattito sull’impatto degli algoritmi nei confronti dell’occupazione, a cui abbiamo già accennato, è un ottimo esempio di ciò: come dice Pezzotta, esso si riduce quasi sempre ad una semplice discussione sui numeri, mentre i veri cambiamenti vengono solo raramente esplorati; similmente, una buona parte degli interventi da parte di politici e personalità pubbliche si limita a ripercorrere la stessa manciata di argomenti, ormai visti e rivisti, proprio perché comuni e accessibili. Persino nelle aziende possiamo vedere qualcosa del genere: numerosi imprenditori hanno infatti deciso di adottare l’IA, pur essendo privi delle conoscenze necessarie a sfruttarla al meglio; come si può immaginare, i loro guadagni sono stati estremamente ridotti in confronto alle imprese che si erano preparate adeguatamente.

Il risultato? “Formule rassicuranti”, come dice Pezzotta, tessute su parole vaghe ma di moda come “governance” ed “algoritmo”, e del tutto incapaci di affrontare le problematiche realmente esistenti.

Posted in

Lascia un commento