“La fondamentale differenza fra gli automi del mondo classico e quelli del mondo moderno è che i primi non si ribellano, mentre i secondi lo fanno sistematicamente […] Nel mondo classico sono infatti gli schiavi a ribellarsi e tentare la fuga, non le macchine. Invece, gli automi del Novecento, dai robot di R.U.R. ad Hal 9000 di “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick e a moltissimi altri, sono perennemente sull’orlo della rivolta contro gli uomini”.
È con queste parole che Michele Magno conclude la sua trattazione sulla figura dell’automa-robot, dopo averne ripercorso la storia a partire dall’antichità fino ai giorni nostri. Si tratta di un viaggio affascinante, che tocca mito e filosofia, teatro e fantascienza, realtà e finzione – ma anche un viaggio che, dal mio punto di vista, termina con un’interpretazione piuttosto discutibile. Come si può infatti evincere dalla citazione che abbiamo appena visto, Magno ritiene che gli automi della cultura classica siano servitori obbedienti, mentre i robot della cultura moderna siano andati ad assumere il ruolo che un tempo spettava agli schiavi, risultando così sempre pronti a ribellarsi contro il loro creatore-padrone. Sfortunatamente, tale conclusione mi sembra essere basata su di una visione un po’ superficiale, che non coglie veramente né la complessità del robot novecentesco, né il ruolo giocato dalla figura dell’automa nel mondo antico.
In questo articolo vorrei dunque andare a discutere le ragioni di questa mia critica, esaminando una varietà di esempi storici che dimostrano come l’automa-robot sia in realtà un concetto che può essere declinato ed interpretato in molti modi diversi, ben oltre il semplice dualismo dello schiavo ubbidiente e schiavo ribelle.
La mano umana e la mano divina: i ruoli dell’automa nella cultura classica
L’analisi storica di Magno parte da quel punto di riferimento obbligato che è l’antica Grecia: proprio da qui ci giungono infatti le prime menzioni di quelli che oggi riconosceremmo come “robot” – il gigante Talos e le ancelle d’oro di Efesto. Creati dal dio delle fucine, della metallurgia e dell’ingegneria, questi automi hanno aspetto umano e sono dotati di mente, intelligenza e grande forza fisica; soprattutto, essi sono servitori obbedienti e affidabili, come viene evidenziato da Magno. Tuttavia, queste caratteristiche non sono dovute al loro essere automi, ma alla loro natura di creazioni divine: l’uomo non possiede infatti la capacità di realizzare capolavori del genere. Solo Dedalo, il più grande inventore e scultore della mitologia greca, può avvicinarsi ad un tale livello, e le sue statue, seppur capaci di muoversi, sono esplicitamente dichiarate inferiori alle creazioni meccaniche del dio. A tal riguardo, è curioso notare come Platone, nel suo “Menone”, utilizzi le opere di Dedalo come una metafora per la verità, spiegando come entrambe debbano essere “incatenate” per evitare che fuggano: ciò potrebbe indicare che le statue animate dello scultore fossero propense ad una certa disobbedienza, ma anche se rifiutiamo questa interpretazione è comunque interessante notare come il paragone sia effettuato con gli automi creati dall’uomo e non dalla divinità, evidenziando delle fondamentali differenze tra le due categorie.
In sostanza, potremmo quindi dire che l’automa della cultura classica sia uno schiavo, e uno schiavo fedele, ma solo in quanto creato da un essere divino: proprio questa divinità rende infatti la ribellione inconcepibile ed impossibile; non a caso, gli esempi di aperta opposizione alla volontà divina sono rari, e sempre severamente puniti. Ironicamente, gli unici a ribellarsi con successo nella mitologia sono gli dèi stessi, che rovesciano e distruggono i loro predecessori, salvo poi diventare a loro volta tiranni: si pensi, ad esempio, alla storia di Aracne, trasformata in ragno per aver battuto Atena in una gara di tessitura, o di Enkidu, condannato a morte per aver ucciso un mostro mandato a distruggere Uruk dalla dea Ishtar. Chi cerca di opporsi o di considerarsi eguale al divino commette un atto di gravissima tracotanza, che merita una punizione così terribile da farne per sempre un esempio per il resto dei mortali: è dunque così sorprendente che le creazioni delle divinità siano così fedeli ai loro padroni, considerata l’alternativa?
Le cose sono invece assai diverse quando il creatore non è più il dio, ma l’essere umano: la capacità dell’uomo di controllare ciò che ha creato è infatti fragile e limitata, e l’essere a cui ha dato la vita è sempre ad un passo dal diventare una minaccia. Prendiamo il golem del folklore ebraico: questa statua di argilla, animata da un tocco divino, segue fedelmente gli ordini del rabbino che l’ha assemblata; al tempo stesso, essa non è però un semplice schiavo, ma un essere pericoloso e capace di morte e distruzione. In una versione del racconto, ad esempio, il golem continua a crescere e crescere, costringendo così il rabbino-creatore ad intervenire per evitare che esso distrugga il mondo – rimanendo però ferito o ucciso nell’impresa; similmente, il suo più famoso cugino praghese diventa ad un certo punto incontrollabile e viene quindi disattivato. Ancora più violento e minaccioso è invece il Kratt estone, una creatura formata da vecchi utensili a cui il padrone-creatore ha dato la vita offrendo tre gocce di sangue al diavolo; dotato di poteri magici e infaticabilmente devoto a seguire gli ordini ricevuti, il Kratt è il servo ideale – troppo ideale forse, considerato che la creatura deve essere costantemente tenuta impegnata con nuovi incarichi e nuovo lavoro, o si rivolterà contro chi l’ha creata.
Possiamo quindi vedere come Michele Magno abbia ragione solo a metà: l’automa della cultura classica tende indubbiamente ad assumere il ruolo di schiavo-servitore, ma la sua fedeltà dipende del tutto dalla mano che lo ha creato, poiché solo il divino può dare la vita. L’uomo, al contrario, può portare al mondo solo degli esseri imperfetti (un’imperfezione che, peraltro, è spesso tanto fisica quanto spirituale), la cui stessa presenza rappresenta un inevitabile pericolo per chi osa cercare di imitare gli dèi.
Tra classico e moderno: gli automi meccanici e gli alchimisti
Parlare di automi “classici” e “moderni” significa lasciare un vuoto di secoli: in fondo, il primo termine richiama alla mente la cultura greco-romana, l’antichità, la mitologia, mentre la seconda ci fa pensare ad un’epoca più recente, che, in questo specifico contesto, potremmo ricollegare al Novecento e ai giorni nostri. Anche a voler essere generosi, tra l’era del mito e quella della fantascienza c’è almeno un millennio di distanza, un millennio in cui la figura dell’automa va incontro ad alcuni importanti cambiamenti, che potremmo simbolizzare con due esempi: gli automi meccanici, e l’homunculus.
I primi sono, in sostanza, complessi macchinari creati per stupire ed impressionare il pubblico. Magno menziona il famoso Turco Meccanico, capace di giocare a scacchi, e un flautista automatico, ma congegni simili possono essere trovati anche al di fuori dell’Europa settecentesca: ad esempio, India, Cina e il mondo arabo documentano tutti un certo interesse per gli automi già tra il IX e il XII secolo. In ogni caso, tra animali robotici, fontane, androidi e complessi orologi composti da dozzine di figurine animate, è evidente come l’automa sia passato dal mondo del mito alla realtà umana: non più un’entità sovrannaturale, plasmata dalla magia, ma un semplice insieme di ingranaggi, pesi e leve, creato dalla mano dell’uomo.
Ben differente è invece la figura dell’homunculus, che esiste ancora al confine tra scienza e misticismo, come d’altronde accade per l’alchimia più in generale. Descritto come un essere umano in miniatura, l’omuncolo viene creato non tramite l’intervento di Dio o del Diavolo, ma tramite uno specifico processo (quasi) scientifico. A differenza del Golem, del Kratt o di altre figure simili, questo atto creativo è però visto in senso positivo, il momento in cui l’ingegno e la conoscenza umana riescono a toccare la sfera del divino. Questo è un cambiamento fondamentale in confronto alla cultura classica, dove la creazione della vita è un potere esclusivamente divino, che l’uomo può solo malamente imitare. L’homunculus, si potrebbe quindi dire, rappresenta un punto di passaggio dalla religione alla scienza, l’anello mancante tra il dio che crea l’uomo dal fango e lo scienziato che fertilizza l’ovulo in vitro. Soprattutto, è la dimostrazione che l’atto del dare la vita alla materia inanimata non porta solo a conseguenze negative: l’omuncolo è comunque fisicamente imperfetto, un umano in miniatura, ma non è necessariamente un pericolo per il suo creatore, ed è anzi descritto positivamente come un essere capace di grandi meraviglie.
Prima di concludere questo intermezzo, penso però che sia utile andare ad esaminare il ruolo di queste due figure, automa meccanico e homunculus, in confronto all’identificazione di Magno dell’automa come schiavo, ribelle o meno. Infatti, penso che questa descrizione non si applichi a nessuno dei due esempi che abbiamo qui discusso, salvo forse distorcendo il significato del termine “schiavo”. L’automa meccanico, in fondo, è soltanto uno strumento, privo di pensiero, emozioni o libera volontà: potremmo chiamarlo un servitore, in un certo senso, ma difficilmente uno schiavo; in contrasto, gli automi sia “classici” che “moderni” possiedono un certo livello di indipendenza ed autocoscienza che li rende più facilmente assimilabili all’uomo. In termini pratici, nessuno direbbe mai che la sua automobile è uno schiavo, ma potrebbe dirlo di un robot avanzato. Per quanto riguarda invece l’homunculus, esso si pone esplicitamente al di fuori del dualismo servitore fedele-servitore ribelle in virtù del semplice fatto che non è concepito come un servitore in primo luogo. L’alchimista della tradizione non punta a creare un omuncolo per avere uno schiavo o un’assistente, ma per dimostrare di essere in grado di creare la vita: l’uomo in miniatura assume quindi un ruolo diverso dall’automa tradizionale, diventando invece un simbolo-obiettivo della ricerca, anziché un semplice servo.
Quando l’automa diventa protagonista: l’interiorità del robot nella fantascienza moderna
Stranamente, dopo aver parlato di come l’automa sia riuscito ad uscire dalla mitologia per entrare nella realtà, adesso dobbiamo seguirlo mentre abbandona quest’ultima per penetrare nel reame dell’immaginario: l’automa “moderno” può infatti essere identificato con il computer, il robot, l’androide, l’intelligenza artificiale, tutte figure già ampiamente presenti nella fantascienza molto tempo prima che la tecnologia riuscisse anche solo ad avvicinarsi al livello necessario per renderle possibili. In questo senso, l’automa dei giorni nostri non è tanto quello che esiste realmente, quanto quello che abbiamo imparato a riconoscere da decenni di film, romanzi e videogiochi.
La cultura popolare ci offre quindi moltissimi esempi che potremmo prendere in considerazione, come i robot positronici di Asimov o HAL 9000 di “2001: Odissea nello Spazio”; detto questo, una discussione sul tema dell’automa nella cultura moderna non può che iniziare dal primo e più simbolico di tutti: il “mostro” di Frankenstein. Un essere umanoide enorme e mostruoso, dotato di immensa forza fisica, e portato alla vita da uno scienziato pazzo tramite processi che richiamano l’alchimia medievale – il collegamento a figure tradizionali come quella del golem o dell’omuncolo è chiaro. La creatura del Dottor Frankenstein si impone però nella nostra coscienza collettiva in virtù del suo essere completamente differente rispetto a questi predecessori sotto ogni altro aspetto. Il “mostro” si rivela infatti essere un personaggio complesso, dotato di emozioni, intelligenza ed una propria interiorità tali da renderlo, per molti versi, il vero protagonista del racconto: abbandonato e tradito dal proprio creatore, odiato dal genere umano, la sua è una figura tragica, che ne rende la scelta di ottenere vendetta contro chi gli ha donato da vita quasi comprensibile. Non a caso, il romanzo termina con la creatura creata che piange sul corpo del creatore morto, per poi scomparire tra i ghiacci del Polo Nord, cercando la morte. Si tratta di un’immagine lontanissima dai Talos e dai golem della tradizione, il cui ruolo è quello di ostacolo, alleato, elemento magico o avvertimento, ma mai veramente di protagonista o antagonista. Pur mantenendo ancora degli elementi classici (l’aspetto e la forza del mostro, il riferimento nel titolo a Prometeo, che ruba il fuoco-conoscenza agli dèi), il racconto di Mary Shelley rappresenta quindi uno sviluppo fondamentale per la figura dell’automa-creazione, a cui viene qui concessa, per la prima volta, una sua propria dignità come essere pensante e capace di agire indipendentemente.
Questo nuovo modo di vedere l’automa verrà poi ripreso dalla fantascienza del Novecento, in cui il robot-computer andrà ad assumere un’importanza sempre maggiore, diventandone così uno degli elementi centrali. Si pensi, ad esempio, ad Isaac Asimov, il cui nome è ricordato soprattutto per le sue “tre leggi della robotica”; d’altro canto, i robot giocano un ruolo fondamentale in molti dei suoi racconti, arrivando anche, in alcuni casi, ad esserne i (co)protagonisti. Similmente, il racconto del 1967 “Non ho bocca, e devo urlare” ha come suo antagonista principale un supercomputer fuori controllo, tema che sarà poi ripreso da numerosissimi altri libri e film, “Terminator” in primis. Potremmo poi continuare menzionando i droidi C-3PO e R2-D2/C1-P8, personaggi secondari ma comunque presenti in tutti i film di Star Wars, il già menzionato HAL 9000, diventato forse la più famosa intelligenza artificiale della storia del cinema, o i replicanti di “Blade Runner”, più umani dell’umano che da loro la caccia. Questa tendenza non fa poi altro che continuare con l’arrivo degli anni 2000, in cui film (“A.I. intelligenza artificiale”), serie tv (“Westworld”) e videogiochi (la trilogia di “Mass Effect”) scelgono sempre più spesso di rappresentare robot, androidi ed intelligenza artificiali come personaggi complessi e simili all’uomo, mentre altri preferiscono metterli nei panni del computer omicida, o di un’intelligenza puramente logica e per noi incomprensibile.
In ogni caso, il risultato finale non cambia: l’automa della cultura moderna finisce per diventare una figura sfaccettata e versatile, capace di assumere una varietà di ruoli e di essere interpretata in altrettanti modi differenti. Cercare di ridurla ad un semplice schiavo “perennemente sull’orlo della rivolta contro gli uomini” è un errore gravissimo, che fallisce nel cogliere il ruolo e l’importanza che essa va ad assumere nella nostra coscienza collettiva: l’automa è infatti diventato “l’altro” artificiale, la vita creata dall’uomo che può essere tanto nostra amica quanto nostra nemica, servitore o superiore, libera o schiava, fedele o ribelle, compagna di vita o minaccia costante e molto altro ancora, ma sempre e comunque un essere pensante diverso da noi.
Lascia un commento