Qualche giorno fa mi è capitato di vedere una notizia piuttosto interessante: la Warner Bros, famosa casa cinematografica, ha deciso da fare causa a Midjourney, sistema di IA generativa con oltre 19 milioni di utenti. L’accusa è duplice: da un lato la Midjourney, Inc (sviluppatrice e proprietaria dell’omonimo sistema) avrebbe fatto uso di contenuti protetti da copyright per addestrare il suo programma; dall’altro, l’intelligenza artificiale stessa si sarebbe rivelata in grado di creare nuove immagini contenenti personaggi appartenenti alla Warner Bros, violandone quindi la proprietà intellettuale. Una breve indagine ha inoltre rivelato come la Disney e la Universal Pictures abbiano intentato delle cause simili solo pochi mesi fa.
Ho trovato l’intera cosa piuttosto sorprendente, anche se forse non per i motivi che ci si potrebbe aspettare. Le accuse avanzate dalle tre case cinematografiche in questione sono infatti assolutamente corrette: Midjourney, come tutti i sistemi di GAI (Generative AI), è addestrato sulla base di enormi dataset, che includeranno sicuramente contenuti coperti da copyright, e bastano pochi secondi di ricerca su Google per trovare un’ampia varietà di immagini realizzate dall’IA in cui sono presenti i personaggi della Warner Bros. Anzi, a dirla tutta questa non è nemmeno la prima volta che tali argomenti vengono utilizzati da chi si oppone all’IA: il dibattito sul tema va già avanti da un paio di anni. Quello che mi lascia invece perplesso è il fatto che, per quanto teoricamente valida, questa causa poggia in realtà su delle basi piuttosto fragili, in quanto non tiene conto di una serie di elementi rilevanti che ne vanno a minare la solidità.
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