Pochi argomenti, io penso, hanno suscitato così tanti dibattiti come quello dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. C’è chi è ottimista e chi pessimista, chi è a favore dell’adozione di questa tecnologia e chi contro, chi parla di disoccupazione e chi di creazione di nuovi posti di lavoro; insomma, le opinioni al riguardo non mancano. Particolarmente affascinante, almeno dal mio punto di vista, è però quella espressa in un recentissimo intervento di Federico Fubini, intitolato “L’efficienza e la disuguaglianza che verranno: cronache dalla grande febbre di San Francisco (che ci sfiora già da vicino)”.
In questo articolo, Fubini affronta una serie di tematiche di un certo interesse: il sempre maggiore utilizzo dell’IA in una varietà di ruoli, la sua capacità di automatizzare i processi a tal punto da permettere ad una singola persona di realizzare con facilità un intero film e la sfida, economica e tecnologica, tra Cina e Stati Uniti. Tutti argomenti meritevoli di una certa attenzione, ma sostanzialmente secondari a ciò che viene discusso nell’ultimo terzo del testo.
Qui Fubini offre infatti una breve ma importantissima analisi, completa di dati e affermazioni rilasciate da studiosi e imprenditori, su come l’introduzione dell’IA abbia influenzato le aziende nell’area di San Francisco e della Silicon Valley, epicentro, per così dire, della rivoluzione algoritmica. Più precisamente, egli evidenzia un enorme aumento nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, accompagnato da una considerevole riduzione negli organici.
Fin qui tutto normale: gli imprenditori adottano nuove tecnologie capaci di aumentare la produzione ed abbassare i costi, e l’automazione porta inevitabilmente ad una perdita nei posti di lavoro. Quello che è notevole sono però le dimensioni del fenomeno: uno degli intervistati menziona tagli del personale del 30% o anche del 50%, quote minime di utilizzo dell’IA per i dipendenti e lavoratori accompagnati e assistiti da decine di agenti, tutto nel nome del profitto.
Francamente, si tratta di un’immagine che non sarebbe troppo fuori luogo in un film di Charlie Chaplin, o in un vecchio cartone di Topolino. O forse sarebbe meglio descriverla come una distopia, evidenziando così non tanto l’assurdità di qualcosa come un’azienda con milioni di dollari di fatturato ma solo un paio di impiegati, quanto piuttosto l’orrore di un posto di lavoro in cui tutto viene fatto dai computer, e il dipendente che non riesce a tenere il passo può solo andare incontro al licenziamento.
D’altro canto, si tratta del prodotto di una cultura molto particolare, quella della Silicon Valley, da sempre ossessionata da temi come tecnologia ed efficienza, e spesso intrappolata in una camera d’eco che ripete ed amplifica certe idee mentre altre vengono completamente trascurate. Non è quindi sorprendente che le imprese della zona arrivino a simili eccessi, ad un’adozione così sfegatata delle nuove tecnologie da arrivare al punto del ridicolo.
Quello che mi chiedo, invece, è se un modello del genere sia davvero funzionale e, soprattutto, sostenibile. Personalmente ho dei seri dubbi, per tutta una serie di motivi.
Da un punto di vista economico, ad esempio, gli enormi tagli al personale descritti da Fubini mi sembrano quasi controproduttivi: la perdita di posti di lavoro su larga scala andrebbe infatti ad influire in modo negativo sul potere d’acquisto della popolazione, deprivando così le aziende di possibili clienti. Normalmente ciò non dovrebbe avvenire, in quanto l’automazione tende a portare ad una riduzione dei costi di produzione e alla creazione di nuove attività lavorative, ma l’intervista riportata nell’articolo implica una molto più drastica visione del futuro, in cui l’elemento umano in azienda deve essere minimizzato, se non addirittura rimosso.
D’altro canto, mi sembra anche improbabile che gli impiegati a rischio di licenziamento non avranno qualcosa da ridire sulla possibilità di essere rimpiazzati da un computer. La legge italiana già contempla delle limitazioni al potere del datore di lavoro di sostituire i dipendenti umani con le macchine, e non mi sorprenderebbe per niente se, in futuro, i sindacati intervenissero per cercare di ampliare e potenziare queste regolamentazioni. Sotto questo aspetto vale invece la pena di evidenziare un commento di Fubini, che nota come il vero pericolo, o quantomeno quello più immediato, non è quello di un’ondata di licenziamenti, ma semplicemente che le aziende smettano di assumere nuovo personale.
Infine, è anche possibile che siano le stesse leggi europee a rendere impossibile l’esportazione di questa “ultra-automazione” che sta così tanto a cuore alla Silicon Valley. L’AI Act impone infatti una serie di (ragionevoli) restrizioni sull’utilizzo dell’IA che in America, dove l’approccio a questa tecnologia enfatizza un rapido sviluppo piuttosto che la protezione dei diritti, sono ancora assenti o poco diffuse. In particolare, trovo che il tema del controllo e della sicurezza potrebbe creare delle complicazioni, in quanto la legge europea impone il bisogno di supervisione umana per tutti i sistemi considerati ad alto rischio, supervisione che sarebbe quasi sicuramente difficile da fornire in un’impresa in cui il rapporto tra il numero dei lavoratori e quello degli agenti autonomi si aggira sull’1:20.
Ovviamente, è anche possibile che io mi stia sbagliando, e che tra una decina d’anni le aziende in cui una manciata di lavoratori sono assistiti da dozzine di intelligenze artificiali saranno la norma; personalmente, io però non credo che ciò accadrà, se non forse all’interno di certe aziende in alcuni settori molto specifici. L’automazione ci sarà, certo, ma non al livello desiderato dai gurù della tecnologia di San Francisco. Piuttosto, la maggior parte degli imprenditori sceglierà di adottare l’IA in maniera più o meno ampia a seconda dei propri bisogni, mantenendo allo stesso tempo un certo quantitativo di personale umano, ancora assolutamente necessario in una varietà di ruoli che, per un motivo o per l’altro, non possono essere affidati ad un computer.
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