Qualche tempo fa ho pubblicato un articolo intitolato “Epistole papali e umani potenziati: un’introduzione al transumanesimo”, dedicato, come si può immaginare, ad analizzare che cosa sia il movimento transumanista; ad ispirare questa scelta è stata la presenza, all’interno dell’enciclica “Magnifica Humanitas”, di un passaggio che affronta proprio tale argomento. Trattandosi di un tema relativamente poco conosciuto al grande pubblico, e solo brevemente menzionato da Papa Leone XIV, ho quindi pensato che potesse essere utile fornire un approfondimento volto a fare chiarezza su questa scuola filosofica. Tuttavia, la lettera pontificia menziona anche un’altra corrente di pensiero, conosciuta come “postumanesimo”, che viene discussa come sostanzialmente simile e collegata al transumanesimo.
Proprio questa è la tematica di cui vorrei occuparmi oggi, così da chiarire non solo cosa sia questo paradigma filosofico da meritarsi un accenno in un testo così diffuso e importante, ma anche quale sia la sua relazione col transumanesimo. La “Magnifica Humanitas” presenta infatti un’immagine del postumanesimo come una sorta di “transumanesimo radicale”, una variante perlopiù identica ma ancora più esagerata nelle sue affermazioni; al contrario, la maggior parte degli autori postumanisti (e un discreto numero di transumanisti) rifiuterebbe tale interpretazione in toto, argomentando invece che le due dottrine non hanno assolutamente niente in comune.
Si tratta di un contrasto curioso, anche perché, come ho già evidenziato nell’articolo precedente, l’autore dell’epistola papale ha chiaramente studiato gli argomenti di cui parla: è difficile immaginare che qualcuno possa fornire una descrizione corretta del transumanesimo e dei suoi concetti, oltre che di diversi elementi del postumanesimo, per poi sbagliarsi completamente sulla loro relazione. Andiamo dunque ad esaminare la questione più nel dettaglio, così da capire come abbia potuto generarsi una tale contraddizione.
Il fondamento del pensiero postumanista: la critica dell’antropocentrismo
Normalmente, un testo di questo genere inizierebbe con un’affermazione del tipo “il postumanesimo è una scuola filosofica che…”, volta ad introdurre l’argomento e a presentarne i concetti di base. Una premessa tanto utile quanto necessaria, ma che, almeno in questo caso, risulta anche impossibile da realizzare. Definire cosa sia il “postumanesimo” è infatti estremamente difficile, al punto che, come abbiamo accennato poco fa, il termine stesso può venire interpretato in una varietà di modi. In effetti, non sarebbe forse del tutto errato parlare di “postumanesimi” al plurale piuttosto al singolare: come vedremo più avanti, esistono infatti numerosi “tipi” di postumanesimo, ciascuno dei quali propone delle idee più o meno differenti da quelle degli altri. Fortunatamente per noi, papa Leone XIV sembra riferirsi principalmente al “postumanesimo critico”, una delle varianti più note e importanti, e certamente una delle più vicine a poter essere considerata la “vera” dottrina postumanista. Tutto ciò la rende quindi un ottimo punto di partenza per la nostra discussione, permettendoci di esaminare i concetti base di questa scuola filosofica prima di tornare ad affrontare l’assai più complessa questione del “cos’è il postumanesimo”.
Sostanzialmente, il pensiero postumanista-critico può essere descritto come “anti-antropocentrico”. L’opposizione all’antropocentrismo e all’eccezionalismo umano è infatti il suo elemento fondante, il punto centrale che ne definisce l’intera dottrina: il rifiuto dei dualismi, la sostituzione dell’umano con il postumano, e pressoché ogni altro concetto proposto dal postumanesimo può tracciare le sue origini all’anti-antropocentrismo. Ma cosa significa tutto ciò, concretamente?
In breve, gli autori appartenenti a questa corrente sostengono che, nella cultura occidentale, esiste una forte ed ingiustificata contrapposizione tra “l’umano” e il “non-umano”, una contrapposizione in cui l’uomo è rigorosamente percepito come migliore, superiore o preferibile al suo opposto. Un esempio di tale divisione-opposizione si può trovare nel rapporto tra umano e animale, che generalmente attribuisce una maggiore valore (morale e non) al primo dei due; lo stesso accade anche con l’ambiente e la tecnologia, dando così origine a quello che, per l’appunto, è stato descritto come un “eccezionalismo umano”. Attenzione però: il postumanesimo propone una definizione molto specifica di “umano”, che può essere letta come “maschio bianco, adulto, cristiano, eterosessuale e benestante”. Tutto ciò che non rientra in questa categoria viene infatti percepito come “altro”, un alieno nel senso latino del termine, ossia un estraneo-intruso che deve essere ignorato alla meglio, marginalizzato od eliminato alla peggio. Si pensi al razzismo, al sessismo o all’omofobia: non è difficile vedere come pratiche del genere presentino la stessa contrapposizione tra un umano superiore e un non-umano (o, in questo caso, un sub-umano) inferiore.
L’antropocentrismo, il mettere su di un piedistallo “l’umano”, porta quindi alla nascita di una serie di “dualismi”, ossia di espliciti contrasti tra ciò che è uomo e ciò che non lo è. Questi dualismi, evidenziano i postumanisti, sono però completamente artificiali: colore della pelle, religione, orientamento sessuale e via dicendo sono fattori puramente accidentali o culturali, utilizzati dall’essere umano per creare delle distinzioni all’interno della sua stessa specie. Per chiarezza, ciò non vuol dire che il postumanesimo neghi l’esistenza di queste differenze, ma deve piuttosto essere interpretato come un rifiuto dell’eccezionalismo presente nei vari dualismi: nessuna delle due parti è superiore o “più umana” dell’altra. L’anti-antropocentrismo postumanista si estende però ben più in là di quanto abbiamo finora descritto: esso richiede infatti che la centralità dell’uomo venga abbandonata nel modo più completo e totale, inclusi anche i dualismi che fanno riferimento ad elementi che potremmo definire “esterni” – come, ad esempio, animali, tecnologia ed ambiente. La critica avanzata nei confronti delle divisioni “interne”, ossia quelle appositamente create per dividere l’umanità in gruppi diversi, è sensata: l’argomentazione che una parte del genere umano sia intrinsecamente superiore alle altre è chiaramente un’assurdità, soprattutto se gli elementi alla sua base vengono esaminati con più attenzione – si pensi, ad esempio, alle ridicole conseguenze nel caso di una conversione religiosa, che permetterebbe ad un non-umano di diventare umano e viceversa. Ma anche se abbandoniamo completamente questa concezione altamente limitata di cosa sia “l’umano”, giustificare la negazione dei dualismi esterni risulta comunque difficile. La donna, il musulmano o la persona dalla pelle scura sono evidentemente e chiaramente umani, mentre un ornitorinco, la Pianura Padana e il computer su cui sto scrivendo sono altrettanto evidentemente e chiaramente “altro”.
Eppure, le fondamenta di queste tre contrapposizioni, apparentemente inviolabili, sono in realtà assai più fragili di quanto possano apparire a prima vista. La distinzione umano-animale, ad esempio, si rivela immediatamente falsa nel momento in cui ci rendiamo conto che l’uomo È un animale, e non una creatura unica e separata dal resto dei viventi. Similmente, il dualismo umano-ambiente viene a fallire grazie alla realizzazione che l’uomo influenza ed è influenzato dall’ambiente che lo circonda: proprio come noi modifichiamo il mondo per adattarlo ai nostri bisogni, così il mondo ci costringe ad adattarci ad esso; in altre parole, l’umanità non esiste in isolamento dall’ambiente circostante, ma piuttosto è “situata” all’interno del mondo. Infine, la contrapposizione umano-tecnologia viene a risolversi nella figura dell’homo technologicus, al contempo creatore e creato: le due parti non sono infatti in opposizione, ma piuttosto sono integrate ed interdipendenti, una relazione in cui l’esistenza della tecnologia dipende dall’uomo, ma l’uomo è a sua volta reso tale dalla sua capacità di creare ed utilizzare la tecnologia. Anche qui l’antropocentrismo si rivela quindi ingannatorio, celando la verità del fatto che l’umano è un animale situato e integrato a favore di una visione che lo innalza su un piedistallo, come essere unico ed eccezionale.
Una volta riconosciuta la falsità dei dualismi, abbracciato l’anti-antropocentrismo ed eliminato il concetto dell’eccezionalismo umano, dobbiamo però rispondere ad una domanda: cosa rimane dell’uomo? Nel rifiutare la visione antropocentrica del mondo ci troviamo infatti a dover abbandonare anche la concezione tradizionale dell’umano, che si fonda proprio su quella centralità. Da questa constatazione deriva quindi l’ultimo elemento centrale del pensiero postumanista, l’origine del suo nome, e una delle principali cause di confusione tra di esso e il transumanesimo: il postumano. In entrambe le correnti filosofiche assistiamo infatti allo stesso abbandono dell’imperfetto umano a favore di un postumano percepito come superiore; tuttavia, dove il pensiero transumanista interpreta questa sostituzione come un vero e proprio cambiamento evolutivo, il postumanesimo propone invece di rimpiazzare una concezione ormai riconosciuta come fallimentare con una nuova, più completa e funzionale. Il postumano postumanista è quindi sempre lo stesso essere, ma visto non più come il centro dell’universo, ma come una creatura che è parte di esso.
Postumanesimo, che postumanesimo?
Ricapitolando, abbiamo stabilito che il postumanesimo (critico) è una dottrina anti-antropocentrica, che rifiuta ogni forma di dualismo ed eccezionalismo umano a favore di una nuova e più unitaria interpretazione dell’uomo, identificata nella figura del postumano inteso come animale facente parte del mondo ed integrato con la tecnologia. Si tratta di una definizione abbastanza basilare, ma più che sufficiente per i nostri bisogni. Arrivati a questo punto dobbiamo infatti tornare ad un problema a cui abbiamo già accennato precedentemente, ossia quello dei “postumanesimi”. Uno dei tratti più peculiari di questa scuola filosofica è infatti la sua quasi totale mancanza di unità, che si manifesta nell’esistenza non solo di numerose varianti differenti del pensiero postumanista, ma anche in un certo livello di confusione riguardo all’utilizzo del termine stesso. Mi spiego: se pensiamo al transumanesimo, esso si identifica apertamente come un movimento organizzato, o quantomeno come un insieme di autori che condividono le stesse idee e cooperano gli uni con altri. Esistono organizzazioni transumaniste, giornali transumanisti, partiti politici transumanisti e via dicendo; emblematico di tutto ciò sono le “Transhumanist FAQ”, un documento stilato, revisionato e approvato da un gran numero di transumanisti diversi allo scopo, come implica il nome, di rispondere alle più comuni domande sul transumanesimo. Le FAQ servono però anche a dimostrare come gli appartenenti a questa scuola filosofica non si limitino solo a condividere delle idee, ma si riconoscano anche come parte di essa.
Nel postumanesimo, tutto ciò è invece completamente assente: più che di un “movimento postumanista” si tratta invece di una varietà di autori che si auto-identificano come postumanisti, ciascuno dei quali propone una propria interpretazione dei concetti fondamentali di cui abbiamo già discusso. Come si può immaginare, ciò dà origine ad uno scenario altamente frammentato e spesso molto confuso, in cui si mescolano ideali a volte anche molto differenti; a tal riguardo, non sarebbe del tutto errato dire che, al di là della basilare definizione che abbiamo già fornito, il postumanesimo non possiede una dottrina unitaria, sviluppando invece una varietà di “rami” a partire dallo stesso “tronco”, se mi si permette la metafora botanica. Le numerose varianti di questa scuola filosofica adottano infatti approcci separati ed enfatizzano elementi differenti, portando così a delle divisioni molto più nette di quanto non accada nel transumanesimo, dove le diverse correnti di pensiero vengono unificate sotto l’egida del più ampio movimento. A complicare ulteriormente la situazione interviene poi il confuso utilizzo del termine “postumanesimo”, che può essere usato per riferirsi non solo ai singoli “rami”, peraltro spesso senza chiarire di quale si stia parlando, ma anche con un’accezione più ampia e, per molti versi, assai più discutibile. Alcuni autori fanno infatti ricorso a questo nome per indicare una serie di scuole di pensiero accomunate da un simile decentramento dell’umano, una categoria che include non solo il postumanesimo in tutte le sue varianti, ma anche altre dottrine come l’antiumanesimo, il metaumanesimo, il nuovo materialismo e, soprattutto, il transumanesimo, spiegando così come mai i due siano così spesso confusi. La validità di questa scelta è però dubbia: sebbene le correnti filosofiche in questione presentino degli elementi in comune, per la maggior parte esse sono anche piuttosto differenti le une dalle altre, al punto che molti dei loro appartenenti metterebbero in discussione l’idea di unificarle sotto un singolo termine ombrello; i postumanisti in particolare sono estremamente critici di questo approccio, in quanto non solo trovano assolutamente scorretto l’uso di “postumanesimo” in un’accezione così ampia, ma anche e soprattutto perché esso implica la presenza di un legame con il transumanesimo, legame che viene da loro vocalmente negato.
Detto ciò, il quadro della situazione rimane comunque abbastanza complicato anche se decidiamo di prendere in considerazione soltanto il postumanesimo vero e proprio. Quest’ultimo, come abbiamo già visto, può infatti assumere una varietà di forme diverse, ciascuna dotata di caratteristiche proprie. Stabilire quali esse siano è sorprendentemente difficile, proprio in quanto le opinioni su cosa sia o non sia un “postumanesimo” variano, ma in generale possiamo riconoscere quattro correnti particolarmente degne di nota: critico, culturale, filosofico e tecnologico. Abbiamo già accennato precedentemente al postumanesimo critico, in quanto esso viene a volte identificato come una sorta di “forma base”, la variante originale da cui si sono poi sviluppate tutte le altre; come si può intendere dal nome, il suo approccio enfatizza la critica all’antropocentrismo e l’abbandono dei dualismi come elementi principali. Differente è invece il postumanesimo culturale, che sostanzialmente ripropone gli stessi concetti del suo cugino critico, ma spostando la sua attenzione su come questi temi vengono rappresentati all’interno della nostra cultura. Lo stesso accade anche per il postumanesimo filosofico, che riprende elementi del pensiero sia critico che culturale per sviluppare un’analisi delle implicazioni della dottrina postumanista. Ultimo ma non ultimo abbiamo poi il postumanesimo tecnologico, notevole non solo per l’enfasi che pone sulla relazione tra uomo e macchina, ma anche per la (presunta) vicinanza al transumanesimo. Questa variante mette infatti in primo piano il rifiuto del dualismo umano-tecnologia e l’interpretazione del postumano come essere integrato, una scelta che viene a volte letta come a favore del potenziamento e, conseguentemente, a favore della dottrina transumanista. Come spesso accade per il postumanesimo, la validità di questa posizione è difficile da verificare: da un lato, non è raro che le due correnti filosofiche vengano erroneamente associate sulla base di alcune somiglianze nell’utilizzo di termini e concetti; dall’altro, alcuni autori sembrano davvero concepire il postumano non soltanto come una revisione post-antropocentrica e post-dualistica dell’umano, ma anche come una creatura veramente post-umana.
Le due facce della medaglia: la relazione tra il transumanesimo e il postumanesimo
Abbiamo iniziato questo articolo interrogandoci su come sia possibile che papa Leone XIV, subito dopo aver dato una descrizione sostanzialmente corretta del transumanesimo e del postumanesimo, abbia poi offerto un’interpretazione della loro relazione che susciterebbe quasi certamente le ire di autori di ambo le parti; successivamente, nel corso della nostra analisi della natura del postumanesimo e delle sue forme, ci siamo anche imbattuti in alcune delle principali cause di questa confusione, spiegando così come sia stato commesso un tale errore. Arrivati a questo punto sarebbe quindi opportuno andare a cercare di fare un po’ di chiarezza sulla questione, illustrando non solo la vera natura del rapporto tra le due correnti filosofiche, ma anche le motivazioni che hanno portato diversi studiosi a fonderle in un unico insieme.
Partiamo dunque da una questione semplice, ma estremamente importante: che forma assume la relazione tra transumanesimo e postumanesimo? A seconda del punto di vista che viene adottato, esistono tre possibilità: si tratta, se non della stessa cosa, quantomeno di due ideali strettamente collegati; si tratta di due scuole filosofiche del tutto separate ed indipendenti che, per pura coincidenza, usano dei termini simili; oppure, si tratta di due correnti separate che condividono la stessa origine, sviluppando concetti simili in direzioni diverse. A tutto ciò abbiamo già accennato in precedenza, ma adesso possiamo andare ad esaminare le tre opzioni più nel dettaglio.
Per prima abbiamo quella che identifica trans- e postumanesimo come sostanzialmente equivalenti, un’interpretazione chiaramente influenzata dal già discusso uso di “postumanesimo” in senso largo. In base a questo punto di vista il postumanesimo viene quindi percepito come un transumanesimo radicale, o il transumanesimo come una variante del postumanesimo che enfatizza l’aspetto tecnologico e il postumano come umano potenziato; nessuna delle due accezioni è però in grado di giustificare le considerevoli differenze tra queste ideologie, differenze che sono state riprese, evidenziate ed elaborate da autori sia interni che esterni al dibattito. In particolare, i postumanisti sostengono che il transumanesimo sia in realtà un tentativo di preservare l’eccezionalismo umano, identificato nella forma del potenziamento, “mascherandolo” da dottrina anti-antropocentrica; allo stesso modo i transumanisti cercano di distanziarsi dal postumanesimo, identificando ed esaltando una propria storia e modo di pensare che ne stabiliscano l’unicità all’interno del panorama filosofico.
Attenzione però: negare che le due scuole filosofiche siano la stessa cosa non significa necessariamente che non ci sia alcun collegamento tra di esse. Anche questa posizione si rivela velocemente fallimentare, in quanto non può spiegare le somiglianze presenti tra transumanesimo e postumanesimo: il concetto del postumano, dell’andare oltre l’umano, il rifiuto di una visione antropocentrica, la concezione dell’uomo come essere integrato con la tecnologia… gli elementi in comune sono semplicemente troppi per essere spiegati come una semplice coincidenza.
La spiegazione corretta sembrerebbe quindi essere quella per certi versi più scontata: l’opzione numero tre, collocata a metà tra i due estremi che abbiamo appena visto. Il postumanesimo e il transumanesimo sono effettivamente due correnti separate, che si sono sviluppate indipendentemente l’una dall’altra e propongono sistemi di pensiero differenti; al tempo stesso, le due hanno però un’origine storico-culturale in comune, che fornisce la stessa struttura di base (termini, concetti, argomenti) ad entrambe. Due rami dello stesso albero in sostanza, albero che potremmo identificare come il “postumanesimo in senso ampio” di cui abbiamo già parlato: al di là della discutibile scelta del nome, l’idea ha infatti un suo merito come modo per spiegare l’esistenza di e categorizzare le varie ideologie anti-antropocentriche e postumane nate tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo.
Transumanesimo e postumanesimo a confronto: una breve analisi
Chiudiamo quindi la discussione mettendo direttamente a confronto la filosofia transumanista e quella postumanista. Ancora una volta, si tratta di un argomento a cui abbiamo in realtà già accennato in parte, ma che merita anche di essere ulteriormente approfondito; è proprio attraverso questa contrapposizione che possiamo infatti mettere in luce alcune caratteristiche importanti del postumanesimo, che altrimenti potrebbero rimanere celate.
La prima cosa che dovremmo considerare è, piuttosto ovviamente, la differenza ideologiche tra le due dottrine; concretamente parlando, queste sono però assai più piccole di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Come precedentemente detto, il pensiero transumanista e quello postumanista hanno infatti diversi elementi in comune, al punto da presentare uno schema concettuale quasi identico: l’essere umano è imperfetto, ed è quindi necessario abbandonare la nozione della sua eccezionalità e rimpiazzarlo con una nuova entità conosciuta come “postumano”. La differenza fondamentale è nella natura di questa sostituzione: per il postumanesimo, ad essere imperfetto non è l’essere umano in sé, ma il modo in cui viene definito, e il postumano non è altro che una nuova interpretazione dello stesso ente, la cui esistenza rimane immutata; il transumanesimo, al contrario, sposta la questione sul piano pratico, vedendo l’uomo come una creatura fisicamente e mentalmente incompleta, ma capace di migliorarsi per diventare un essere concretamente superiore ad un umano non potenziato. Incidentalmente, tutto ciò influisce anche sul modo in cui le due dottrine sviluppano il proprio rifiuto dell’antropocentrismo: nel pensiero postumanista quella dell’eccezionalismo umano è una premessa falsa e insensata, e l’uomo è già ed è sempre stato un animale situato ed integrato; il movimento transumanista attribuisce invece una maggiore importanza alla possibilità che il postumano non sia più del tutto umano, richiedendo così l’adozione di un nuovo modo di pensare post-antropocentrico.
Più rilevanti, sia in termini di interesse che di importanza per la discussione attuale, sono invece le differenze tra i contesti in cui le nostre scuole di pensiero hanno avuto origine. Transumanesimo e postumanesimo, lo ricordiamo, sono il frutto di un particolare periodo storico e culturale, corrispondente grossomodo agli anni 70-80 (anche se, vale la pena di notarlo, entrambe le scuole filosofiche raggiungono la maturità solo tra la fine degli anni 90 e i primi del 2000); tuttavia, gli specifici elementi e contesti che ne hanno influenzato lo sviluppo sono, ancora una volta, piuttosto differenti. Il transumanesimo ha le sue radici nella filosofia britannica degli anni tra le due guerre mondiali, empirica e vicina alla scienza, e in un’America che enfatizza individualismo, libertà e tecno-ottimismo; il postumanesimo, al contrario, trae ispirazione dalla filosofia continentale del dopoguerra, interessata all’analisi critica e culturale, ed è pesantemente influenzato da movimenti come femminismo, post-colonialismo e dalla lotta per i diritti civili da un lato, e dal cosiddetto “non-human turn”, un insieme di correnti di pensiero che cercano di decentralizzare l’umano, dall’altro. Curiosamente, queste differenze “storiche” si estendono anche al modo in cui i due si relazionano al passato, nel senso che il pensiero transumanista cerca di ricollegarsi a tradizioni ed ideali anche piuttosto antichi, nei cui confronti si stabilisce come una sorta di “successore”, mentre quello postumanista si presenta come più “moderno” e intenzionato a distaccarsi da qualsiasi antropocentrico precedente culturale.
L’ultima cosa che vorrei qui menzionare riguarda invece un tema un po’ differente, e per certi versi più meta-concettuale, ossia la “natura” stessa delle due scuole filosofiche. Transumanesimo e postumanesimo, al di là delle loro similitudini e differenze in termini di argomenti trattati, origini storiche e via dicendo, si contrappongono infatti anche nel modo in cui si approcciano alla realtà e alla divulgazione delle loro idee. Mi spiego: il transumanesimo, lo abbiamo detto e ripetuto sia in questo articolo che in quello precedente, è un movimento. La scelta del termine non è casuale, ma serve ad indicare l’esistenza di un’organizzazione, di idee condivise e, soprattutto, di una capacità di agire sul mondo. Particolarmente emblematico, da questo punto di vista, è l’esistenza delle “Transhumanist FAQ”, un documento stilato ed approvato da diversi membri della comunità, che ne riassume gli ideali e li introduce al lettore esterno. D’altro canto, il pensiero transumanista tende per sua stessa natura ad enfatizzare l’azione e gli elementi pratici: il postumano non è un concetto teorico, ma qualcosa di assolutamente reale e raggiungibile, e gli aderenti al movimento sono incoraggiati ad agire in modo da aumentare le proprie chance di arrivare all’ambito traguardo.
Nel postumanesimo le cose sono invece assai differenti. Non esiste alcuna forma di organizzazione, le varie correnti hanno ciascuna un proprio approccio e delle proprie idee che possono differire anche in modo significativo da quelle delle altre varianti, e persino lo stesso termine “postumanesimo” risulta spesso ambiguo e confuso. Al tempo stesso, il pensiero postumanista è anche prevalentemente critico, mirato a dimostrare la falsità e l’insensatezza dell’antropocentrismo, ma incapace di fornire una vera alternativa. Ciò non vuol dire che la sua dottrina sia puramente distruttiva, e anzi, l’elemento costruttivo rappresentato dal postumano come alternativa all’umano assume un ruolo assolutamente centrale all’interno del suo sistema filosofico; tuttavia, il postumanesimo non riesce a convertire questo ideale in proposte concrete, limitandosi quindi ad operare in un ambito quasi puramente teorico. Indicativo di tutto ciò è la scelta del linguaggio, che tende ad essere più ermeneutico e ad utilizzare metafore, gergo filosofico e a ricontestualizzare e ridefinire termini di uso comune; in confronto, il transumanesimo preferisce spesso adottare uno stile più semplice e comprensibile, adatto a comunicare le proprie idee ad un pubblico più ampio.
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